continua…

parte 5

Aprii l’armadio e come tutte le donne di questo mondo dinanzi a sei gonne, cinque vestiti, otto pantaloni, quattro jeans e tre pile di maglioni di diversi colori e sfumature intermedie ebbi il coraggio di esclamare: “Che cavolo mi metto? Non ho nulla!”
Adesso, il primo che si permette di criticare questo comportamento tipico femminile (nel 2016 aggiungerei anche dei gay) vuol dire che è un perfetto ignorante! Esso è da sempre il motore del mondo! Noi femmine mandiamo avanti l’economia in ogni situazione, in pace come in guerra, durante un boom economico come nella peggiore delle crisi. Siamo come i cinesi. Avete mai osservato i mercatini? Il 99,9% degli acquirenti sono donne. Il 99,9% dei banconi sono destinati a oggettistica o vestiario femminile. Vestiti, scarpe, orecchini, anelli, bracciali, foulard, cappelli, calze e lingerie super sexy, pentole e pentoline, piatti, tende, portafoto, orologi, profumi, detersivi per ogni superficie, gingilli accumulapolvere, tutto merita di essere acquistato. Le donne osservano, tastano, criticano, valutano e svalutano, ma alla fine non tornano mai a casa a mani vuote. Sarebbe come una sorta di fallimento.
Un uomo, al contrario, nel momento in cui ha acquistato due jeans e due maglioni, uno levo e l’altro metto, ha raggiunto la pace dei sensi.
E cosa dire dei centri commerciali? Be’ lì affollano anche gli uomini, ma fungono solo da robottini con un’unica funzione: dire sempre “sììì, questo sììì che ci servirebbe proprio!” Robottini incapaci di dire quello che gli passa per la mente per davvero, ossia che il settore che preferiscono è quello dei divani dove violentemente si accoppierebbero con qualche commessa carina dopo la chiusura. Robottini rassegnati a fungere da accompagnatori per le rispettive svuotaportafoglio o succhiastipendio. Cosa si deve fare per assicurarsi la ciullatina settimanale? Poveracci! Effettivamente con la crisi che c’è, una prostituta costerebbe molto meno, ma fa poco middle class…
E loro spendono. E l’economia gira.
Ergo, a tutte loro vanno i nostri più sentiti ringraziamenti! Anche a me, grazie!
Afferrai un jeans e una maglia rossa promettendo a me stessa di fare acquisti non appena sarebbero partiti i saldi di gennaio.
Improvvisamente mi si accese una lampadina: non avevo comprato nemmeno un regalo di Natale.
Per mia madre potevi rapinare una banca vestita da coniglietta sexy, mettere sotto un vecchietto con la Panda 30 rigorosamente di colore verde, scrivere articoli di politica dove affermi che in fondo in fondo Mussolini ne ha fatte di cose buone per l’Italia, o infine sparire nel nulla lasciando solo una foto sul comodino con in primo piano il tuo dito medio puntato verso la scritta: “chi l’ha visto?”, ma non potevi assolutamente dimenticarti di comprare i regali di Natale.
Dovete sapere che io odio le folle, odio il traffico, odio lo smog, odio il dover comprare, insomma io odio il Natale. Lo so, sono strana, credo si sia capito. Tuttavia il potere psicologico di mia madre è indiscutibile. Credo che se fosse stata una paziente di Freud, dopo la seconda seduta lui si sarebbe messo le mani in testa, avrebbe urlato come un isterico, avrebbe distrutto a morsi il trattato sull’invidia del pene, avrebbe bruciato i suoi scritti sul complesso di Edipo, avrebbe chiuso definitivamente lo studio non prima di aver lasciato scritto sull’uscio con il suo sangue: “per favore trombate di più e che la forza sia con voi!” e finalmente avrebbe comprato un paio di camice hawaiane, occhiali da sole e infradito e si sarebbe goduto la vita con qualche donnina in un’isola del Pacifico.
Mia madre non ti ordina di fare le cose. E’ una donna. E’ una rappresentante del sesso debole. Lei ti educa da piccola, piano piano ad una latente obbedienza di natura inconscia. Un po’ tutte le mamme sono così. Fateci caso, osservate. Volete sapere come sarà la vostra amica Giulia tra vent’anni? Osservate sua madre. Volete predire quali errori commetterà vostra cugina Ilaria? Prendete nota degli errori commessi da sua madre. Non c’è via di salvezza. Il famoso sesso debole non ti ordina di fare qualcosa, ma farà in modo che tu lo faccia.
Quando avevo annunciato a mia madre anni prima che sarei andata a vivere da sola non mi aveva detto di no. Aveva continuato a cucire una federa strappata e senza emozioni e senza guardarmi aveva sentenziato: “poi tornerai. Da sola non ce la puoi fare.” E io mi ero detta: “Giammai! Piuttosto vado a battere!” Invece la profezia si era avverata.
Vuoi perché con i miei 1000 euro facevo fatica, vuoi perché nei momenti di bisogno mi avevano lasciata letteralmente sola, io ero tornata.
Neanche mi avesse letto nella mente, me la ritrovai nell’ingresso con il cesto della biancheria. -Ricordati di comprare i regali o l’hai già fatto?- mi disse scuotendo la testa.
-Li prendo dopo il lavoro.
-E sì, con calma. A me non interessa lo sai, non ho bisogno di nulla, ma per tuo padre, tuo fratello, tua sorella, tua cugina Jessica, o almeno per le sue figlie e poi c’è il nonno.
-Ma’, il nonno non capisce più nulla, manco sa che tra due giorni è Natale!
-Brava brava, così gli vuoi bene. Una parte dei suoi soldi finirà pure a te, non dimenticarlo!
Quando chiusi la porta dietro di me, mi sembrò di riprendere a respirare. Mi bastò immergermi nello smog del corso Garibaldi, per cambiare idea.
(continua)

parte 6

Luisa e Barbara mi attendevano al bar, al solito posticino vicino alla vetrata che dava sul passeggio di piazza Dante. Barbara era impeccabile nel suo completo blu, il trucco semplice ma preciso, i capelli biondi che sembravano appena usciti dalle mani esperte di una parrucchiera. A volte pensavo che non dormisse nel letto come noi comuni mortali, ma in piedi, tenuta su da corde, in modo da non guastare la capigliatura. O forse era un vampiro. Dopo aver divorato tutte le serie tv di vampiri possibili e immaginabili, ero arrivata al punto di sospettare di vampirismo chiunque avesse qualcosa di strano o di anomalo: praticamente tutte le persone che conoscevo. Luisa, invece, era più sempliciotta, più casual, più: mi metto addosso quello che trovo e i capelli li tengo su con una bella coda. Era in costante sovrappeso dal liceo, ma non se n’era mai fatta un problema. Al contrario Barbara era attentissima alla linea. Era arrivata al punto di dirci esattamente le calorie di ogni cosa che mangiavamo. Dopo un pranzo con lei, erano d’obbligo degli ansiolitici.
-E così l’ho mollato!- aveva concluso Barbara con un sorriso. La conoscevamo troppo bene per sapere che in realtà stava soffrendo tantissimo ma stavamo al gioco, era meglio.
-Hai fatto bene!- disse Luisa mentre addentava un hamburger doppio farcito con ogni possibile prodotto commestibile. -Meglio non prolungare con ‘sti stronzi! Scusate il francesismo!-
-Comincio a pensare che sia un’epidemia.- aggiunsi.
-Ma no è che ci stiamo facendo vecchie e di conseguenza abbiamo sempre meno pazienza.- osservò Barbara.
-Vero.- dissi mentre addentavo un hamburger medio. Barbara mi osservava. Troppo, direi. -Perché non mangi?- Le dissi sperando di sviare la sua attenzione lontano da me. Barbara prese a rimestare la sua zuppa vegetale. Forse non piaceva nemmeno a lei, tuttavia erano solo 158 calorie.
-Resteremo single?- sospirò.
-Credo di sì!- risposi secca.
-Nooo!- gemette Luisa. – Io mi voglio sposare, avere almeno tre figli!
-Allora fatti un giro a via Roma, il primo che trovi ti dichiari e vai! Poi ci stanno tanti marocchini, quelli non hanno pretese di nessun tipo!
-Ma piantala Ely!- rise.
Ely era il mio diminutivo. A Napoli quasi nessuno viene chiamato con il suo nome per intero, così Aurelia era diventato Ely, Barbara Barbie e Luisa Lisa. Ci faceva sentire più amiche.
-Cara Lisa, occorre essere sincere con noi stesse: abbiamo 35 anni e i nostri coetanei sono per lo più da scasso, quando non sono ancora a casa con mammà. Quelli più giovani, poi non ne parliamo, a meno che non abbiamo ancora voglia di fare le 4.00 in disco ogni weekend…-
-Uh mamm’ e’ do’ carmn!1, ma io nemmeno quando avevo 17 anni!- Disse alzando la mano per chiamare la cameriera. -Quel tunz-tunz-tunz una continuazione per ore e ore… No, no! Scusi! Mi porta la carta dei dolci?-
Barbara era sbiancata. Fu più forte di lei: -Scusa, Lisa, non è per farmi i fatti tuoi, ma sai che ti voglio bene e tanto pure. Te lo dico come a una sorella, ma sei già a 1200 calorie circa, se ora aggiungi il dolce, ancora ancora se è una crostata, una fetta saranno sulle 600 calorie, ma se prendi già un profiterole, tra crema, panna e cioccolata, superiamo le mille calorie, per non parlare della percentuale di grassi animali…-
-E tu lo sai Barbie che anche io ti voglio tanto bene, per questo non ti mando affa…- ridemmo. Barbie sbuffò e riprese a mangiare la sua zuppa che doveva essere ormai sotto zero, mentre io passai al caffè e Lisa, imperterrita, fece fuori un’abbondante fetta di torta alle mele. Non aveva avuto il coraggio di chiedere il profiterole, sarebbe stato come sfidare la sua amica dietista per hobby e non era il caso.
Parlammo poi di lavoro. Girava voce di prossimi licenziamenti, ne eravamo terrorizzate. Lavoravamo in quel call center da 6 anni. Io ero stata la prima, che aveva aperto il varco per far assumere anche loro due garantendone la presenza anche in caso di gravi malattie.
In quel periodo Lisa non lavorava da almeno tre anni, però aveva le spalle coperte dal negozio di articoli sportivi di suo padre. In caso di necessità, andava a dare una mano lì, ma siccome non andava d’accordo con la sorella, per usare un eufemismo visto che non si ammazzavano solo per timore della galera, aveva preferito fare la schiava nel call center, con turni assurdi e una paga da immigrato.
Barbara invece, aveva fatto l’errore di andare all’estero per poi tornare. Le mancava la famiglia. Solo che il prezzo da pagare per ricongiungersi ai suoi, era stato quello di ignorare il suo dottorato in biologia marina che le era costato anni di sacrifici. A Napoli purtroppo non servono biologi marini. Non è mica una città di mare?
Anche io non ero da meno in quanto a sfortuna. Avrebbero dovuto inventarsi qualcosa per intrattenermi dopo la laurea e il dottorato, poiché per il mondo del lavoro in zona partenopea, io non avevo alcun titolo valido se non per l’insegnamento, ma anche in questo campo si erano ben organizzati per tenermici fuori.
-E i tuoi parenti quando arrivano?- chiese all’improvviso Barbie. Il caffè mi andò di traverso.
-Non hai ancora letto la lista?- scherzò.
-Se conosci mia madre saprai bene che la lista è un segreto fino alla Vigilia, quindi, non chiedo. Dovrebbero esserci i soliti più forse mia cugina da Milano.
-Jessica?-
-Ebbene sì!- esclamai con rammarico.
-Bene, vai a fare compere da Prada per non sfigurare, mi raccomando!
-Ridi, ridi!
-E il nonno come sta?
-Benissimo, come sempre! Ha superato l’ennesima bronchite e ora gode di una salute di ferro!
Mio nonno materno Flavio aveva 94 anni. Era il motivo per cui la mia famiglia manteneva ancora buoni rapporti e ci teneva a passare il Natale da noi, visto che il nonno viveva con noi. Era ricco, ricchissimo, ma più spilorcio di Paperon dei Paperoni. Finché non fosse passato ad altra vita, non avremmo ereditato un centesimo. Così da un po’ di anni a questa parte, pensavamo o forse speravamo che quello poteva essere l’ultimo Natale insieme al nonno e puntualmente ci sbagliavamo.
Ma vi parlerò di lui dettagliatamente nel prossimo capitolo! A presto cari lettori!

(continua)
1Espressione dialettale che rappresenta un’invocazione alla Madonna del Carmine, quando ci si trova dinanzi a una situazione assurda. Traducibile in: “Uh, per carità!”

parte 7

Nonno Flavio era nato nel lontano 1922, sedicesimo figlio di una nonna supereroe! Avevo conosciuto solo un paio dei suoi fratelli, morti entrambi ultranovantenni ma lucidi e sani come pesci. Semplicemente ad un certo punto l’orologio della vita aveva smesso di battere.
Quello di mio nonno invece, sembrava indistruttibile. Aveva partecipato giovanissimo alla seconda guerra mondiale, di cui stranamente ricordava solo tre o quattro episodi che era solito raccontare adoperando sempre le stesse parole e le stesse espressioni, come se fossero delle poesie imparate a memoria. Non c’era un motivo evidente per cui gli si accendesse la memoria. Capitava così all’improvviso. Stringeva gli occhi e cominciava: -Mi ricordo che quando stavo in guerra…- a questo punto di solito mia madre afferrava il primo straccio che trovava per rifugiarsi in una stanza a pulire sul pulito; mio padre prendeva una sigaretta e si rintanava fuori al balcone; mio fratello Tony andava a mettere miscela al motorino; infine mia sorella Valeria fingeva un impellente bisogno biologico. Le varie scuse poi, capitava che si interscambiassero, nel senso che a volte era Valeria ad andare a fumare, Tony scappava in bagno e papà andava a mettere miscela al motorino, mamma…ehm, no. Mamma interscambiava solo uno straccio con una scopa.
Una cosa era certa: in salotto con il nonno ci restavo io con i miei sensi di colpa, altra arma segreta adoperata da mia madre su di me sin dall’infanzia. Rimasta sola nel nostro salotto con i parati a rombi di foglie marroni e il tavolo in marmo rosa, non avendo una scusa pronta anche perché puntualmente venivo battuta sul tempo ( e io sono lenta, lentissima ), non potevo fare altro che ascoltarlo con un generoso finto interesse.
Uno dei suoi famosi racconti riguardava un pomeriggio in cui, mentre faceva la ronda per Napoli, vide un soldato tedesco sparare in fronte ad un uomo che stava facendo la fila per prendere da mangiare.
C’era una lunga colonna di persone in piazza Plebiscito che attendeva il turno per un sacchetto di riso o una forma di grana. Siccome si trattava di un mercato illegale, il tedesco cominciò a sparare prima in aria poi sulla folla folla ferendo a destra e a manca e mentre tutti scappavano come formiche impazzite, in terra restava quello colpito in fronte. In piedi accanto a lui, solo come il più solo al mondo, se ne stava tremolante il figlioletto di circa cinque anni che si passava le manine in viso tra lacrime e muco. Il racconto poi finiva così, con un continuo annuire del nonno che voleva significare tantissime cose inutili da precisare.
La prima volta che mi aveva raccontato questo drammatico episodio, gli avevo chiesto perché non avesse difeso lui, essendo un soldato italiano, quei napoletani che in fondo erano lì solo per procurarsi del cibo. Lui sorridendomi mi aveva risposto: -Vedi in guerra non si capisce niente. La cosa più difficile da capire è chi è il nemico. In genere quando l’hai capito, la guerra è già bella e finita. Noi eravamo alleati dei tedeschi. Se io difendevo quelle persone, stai sicura che avrebbero fatto fuori me e altre 100 per vendicarsi. Però, ti posso assicurare che quel soldato due giorni dopo sparì nel nulla e se dico nulla è NULLA! E non fummo noi soldati a occuparcene.”
Finita la guerra il nonno era tornato con una gamba inferma, ragion per cui aveva ottenuto una pensione di invalidità di cui una buona parte pensò bene di investirla nel mercato nero. Aveva conosciuto diversi soldati americani e il suo carattere scaltro e forse anche un po’ ruffiano, gli aveva permesso in poco tempo di avviare un commercio che portava beni di ogni genere ai soldati della NATO, stanziati nella località partenopea di Bagnoli. Attraverso questo mercato illegale vendeva anche ai napoletani, che si ritrovavano elettrodomestici a prezzi stracciati. Nel giro di pochi anni arrivò ad aprire un primo negozio, poi un altro e poi un altro ancora, fino ad arrivare a possederne sette in tutta Napoli. All’età di 60 anni, il nonno possedeva quattro case a Napoli, due case al mare una a Sorrento e una a Diamante in Calabria, oltre a una piccola barca posteggiata al molo Beverello e chissà quanti soldi in banca, in Italia e in Svizzera.
Adesso penserete che mia nonna abbia fatto la vita della signora e quindi anche mia madre e i miei zii tutti. Ebbene, nulla di tutto ciò! Il nonno oltre a essere tirchio della peggior specie, sosteneva che così come lui da solo ce l’aveva fatta, così dovevano farcela da soli i suoi figli. Ragion per cui di tutte le sue ricchezze noi potevamo usufruire solo della casa in cui abitavamo, che comunque restava proprietà del nonno e della casa in Calabria in estate, ma solo a giugno o settembre. Quella a Sorrento o ci andava lui con la nonna quando era in vita o la affittava.
Nonno Flavio a 94 anni era lucido come un giovincello, per cui non riuscivamo a storcergli nulla, anche se poi durante le festività o ai compleanni, devo dire che, non per affetto quanto per senso del dovere, un sostanzioso regalino arrivava per tutti. Adesso viveva con noi, o piuttosto faceva parte del mobilio, perché passava le giornate a dormicchiare sulla sua poltrona in velluto rosso oppure a vedere la TV. Usciva solo una volta al pomeriggio verso le quattro, per vedersi con una signorina settantacinquenne, Maria Concetta Marino, vedova con due figli ormai ben sistemati. La coppia di fatto, era solita incontrarsi per un caffè quasi tutti i pomeriggi da circa tre anni.
Non so di cosa parlassero, spero non le raccontasse della guerra, anche se, a dire il vero, la signora Maria era totalmente sorda ad un orecchio e abbastanza sorda all’altro. Portava anche degli occhialoni spessi, con una montatura in madreperla. In inverno una pelliccia sintetica, in estate vestitini a fiori in cotone o lino. Era una donna molto fine, in fondo mio nonno restava un uomo arricchito ma di classe, che in qualsiasi situazione cercava sempre una certa eleganza.
Forse parlavano del tempo, forse dei figli. Di certo non parlavano della succursale di sfiga alla quale appartenevamo io Barbara e Luisa. Ma noi non eravamo state tanto fortunate da vivere durante il dopoguerra. Noi vivevamo nell’era del benessere, quello degli altri!
Barbara si era data una passata di rossetto fucsia e una incipriata rapida.
-Cavolo già le due! Dobbiamo andare ragazze!-
Io e Luisa ci scambiammo lo sguardo tipico di due condannate ai lavori forzati. Ci attendevano quattro ore di: “Buongiorno signora, sono Giggina della “…..”, volevamo informarla della straordinaria offerta che le cambierà la vita: da oggi in poi, spendendo solo 24, 99 euro al mese lei sarà felice, entusiasta e appagata; imparerà a volare, ringiovanirà di dieci anni e avrà tanti amanti giovani e fighi ex tronisti di Maria de Filippi, il tutto ad un prezzo bloccato, finché morte non separerà la sua anima dal suo stupido corpo!”
Be’, non era proprio così che dicevo, ma allora sì che sarebbe stato uno spasso lavorare!
(continua)
parte ottava

Stavo riflettendo sul momento in cui avevo cominciato a sviluppare un latente istinto omicida. In pratica nella mia mente tutti i miei parenti erano già belli e sotterrati sotto un metro circa di terra con tanto di lastra in marmo e vasetto di fiori mosci e maleodoranti. Sapevo che era immorale e peccaminoso pensarlo, che sarei finita all’inferno insieme a Gengis Khan, Hitler e Barbara d’Urso, tuttavia, proprio non riuscivo farne a meno. Era una sorta di giustizia ipocrita ad personam. Nel mio caso necessaria come le democrazie.
Vi presento ora mia cugina Jessica, alias Assuntina Caputo, secondo nome Jessica. Alta un metro e 78, fisico asciutto con quarta di seno, capelli da copertina di moda, labbra carnose naturali, naso quasi invisibile. E per finire gli occhi, come potevano essere? Azzurri, no?
Lo so, lo so che tutto ciò non è frutto di determinazione, carattere, personalità, del conosci te stesso, supera i tuoi limiti, abbi fede, dimostra chi sei, supera ogni ostacolo con coraggio e un pizzico di astuzia, non badare a ciò che gli altri pensano, studia, suda, lotta, leggi i maggiori filosofi, dai il massimo e del diman non ti crucciare, NOOO!
Tutto ciò è una pura,
semplice,
ineguagliabile
“BOTTA DE CULO” alla due millesima potenza!
Ogni volta che mi chiedono: ma cosa serve nella vita? Io rispondo: “Mah, essere sicuri di sé, delle proprie capacità. Avere un obiettivo raggiungibile in base anche ai propri limiti. Studiare, lavorare sodo, mai arrendersi ebla bla bla…” Invece ciò che penso realmente è: “CULOOOOO, nella vita ce vo’ CULOOO!”
Lo so, è filosofia spicciola, ma forse è la risultante di anni spesi a studiare Voltaire, Kant e Shakespeare, per poi accorgersi che l’adolescenza intanto era bella e andata e che le mie amiche diversamente studiose si erano trovate il fidanzatino bruttarello, noioso ma benestante, mentre io, presa da ideali troppo idealistici attendevo l’amore, quello vero, con i fiori e i cuori. Sé sé…
E ora il sospiro profondo amaro e triste ci sta tutto!
Un momento. Io sono napoletana e il motto numero uno dei napoletani è: “ma che ce ne fott?”
Anche questa è filosofia spicciola, eppure credetemi funziona! Quindi, bando a inutili malinconie.
Tornando a Jessica, la mia cara cugina si era trasferita a Milano all’età di 17 anni, lasciando metà della popolazione maschile del nostro quartiere, nel più insanabile sconforto. L’altra metà erano bambini e anziani.
Vedere passeggiare Jessica impeccabile sui suoi tacchi a spillo e ammirarne il danzare naturale del suo fondoschiena brasiliano, donava ai passanti ominidi un senso improvviso di crescita, di innalzamento, di riempimento interiore.
Ora, una ragazza con tali pregi può solo scegliere cosa fare e chi prendersi come fidanzato. Lei mirò in alto, naturalmente. Finita la scuola, fu immediatamente assunta presso una piccola azienda di import export nel settore commerciale, dove un must era la perfetta conoscenza dell’inglese. Al contrario lei, oltre a ignorare le basilari regole di grammatica, pronunciava l’inglese con uno spiccato accento napoletano. Ergo, tutte le consonanti le venivano doppie o troppo marcate mentre le vocali erano o troppo aperte o troppo chiuse. Risultava di certo simpatico come accento, un po’ una Sophia Loren moderna, ma lo scopo del suo lavoro non era far ridere, quanto farsi comprendere dai clienti al telefono. Per questo motivo invece di licenziarla, come avrebbe meritato, le affiancarono una collega quella brava, laureata 110 e lode, con stage di tre anni a Londra e chissà perché rifilata da sempre in una buia, umida saletta a sistemare scartoffie e i cui tristi occhi dietro le spesse lenti, videro la bella Jessica in un solo anno essere promossa a segretaria di amministrazione. Qui fu puntualmente affiancata da una bravissima commercialista, che in pratica svolgeva anche il suo lavoro una volta appurata la sua incapacità anche nelle materie economiche!
Dopo aver abilmente ammaliato il suo capo, un cinquantottenne insoddisfatto dalla sua vita matrimoniale come il 98% degli uomini, (gli altri due sono uno gay, l’altro è un prete) ne sposò il figlio, la sua versione giovanile, abbastanza ricco, ambizioso e scemo, ma soprattutto super impegnato 16 ore al giorno lavoro.
Gli sfornò due pargoli uno dietro l’altro, poi un pomeriggio gli mandò in ufficio una bionda tutte curve che lo sedusse in venti secondi, scattò un paio di foto e Jessica ne ebbe abbastanza per assicurarsi il meglio per sé e i per suoi figli. Be’, anche questa è da riconoscere come abilità.
In fondo penso che gli uomini da sempre siano il vero sesso debole, anzi ne sono convinta. Volete la prova? Ebbene, come definireste il sesso che è costretto a pagare per avere ciò che è disponibile in natura?
Nessun giudizio morale il mio, pura constatazione. Anzi, al posto di Jessica, avrei fatto esattamente lo stesso.
Adesso la mia adorata cugina vive da sola con i suoi figli, in un bell’appartamento a Milano, vista su un corso centrale. Per non passare per mantenuta, si è fatta aprire dall’ex marito un negozio di articoli per estetiste e parrucchieri. Almeno di quel settore è esperta.
Bene, non poteva starsene a Milano per Natale?
Il fatto che venisse da noi mi metteva l’animo in subbuglio. Immaginavo la sua smorfia di disgusto nel vedermi in tuta con un buco storico su un ginocchio, una macchia di caffè sulla manica destra e una verde di chissà cosa all’altezza dello sterno. Eppure in quei panni io sono felice! Cosa può capirne lei in perenne tubino rosso strozza-stomaco?
Ciò nonostante non potevo presentarmi così. Mia madre pure, mi avrebbe disintegrata con lo sguardo. Insomma invece di strisciare le pantofole in giro per casa grattandomi la schiena, per un giorno avrei dovuto fingere di essere un manichino da negozio.
Era la sofferenza minore, il prezzo da pagare. Sarebbe durata meno di 24 ore. Potevo farcela, Dovevo farcela. Mi apparve la faccia tumefatta di Rocky Balboa all’ultimo round contro il russo infame.
Aprii il mio cassetto per cercare tra i risparmi: venti euro. Ok. Basteranno! Dal “Ciaina” verso la stazione, ci avrei ricavato anche un paio di calze e degli orecchini. Missione compiuta!
(continua)
 parte nona

Alle dieci e trenta di sera, con il trucco ormai dileguato (ma perché truccarmi se poi passo il tempo dietro una mini-scrivania e uno schermo PC?), le gambe con la circolazione da traffico in tangenziale, una fame che avrei sbranato un mega panozzo extralarge, varco la soglia di casa.
Nei miei sogni che superano ogni umana comprensione, ad attendermi ci sarebbe stato un bel modello da copertina, muscoloso quanto basta, camicia bianca aperta completamente per mostrare quanto la natura sia stata benevola con lui, sorriso malizioso, braccialetto al polso destro, profumo di pelle maschia e di ormoni a mille, infine la sua mano lunga, snella, calda che mi accompagna sul divano. Mi toglie le scarpe incurante del lieve odore di sudore, comincia a massaggiarmi i piedi, li bacia, li mordicchia, poi sale verso i polpacci e ancora più su e poi…
E poi maledizione a me! Mi ritrovo sì un uomo davanti ma è mio nonno in pigiama da olocausto, che pensando di essere in bagno tira fuori una raschiata a terra e mi chiede sereno:
-Non ti sembra un po’ tardi per tornare?-
Poso la giacca su una sedia perché come al solito l’attaccapanni è già stracolmo e gli rispondo senza far trapelare la seccatura: -Sono stata al lavoro, nonno.-
-Ai miei tempi le donne a quest’ora stavano a casa e…-
mentre continua in solitaria il suo ben noto predicozzo sulla donna a casa e l’uomo al lavoro, prendo dello scottex in cucina per assorbire il malfatto del caro parente.
-Non dovresti essere a letto?-
-Non ho sonno.-
-Dovresti dormire di meno di giorno.-
-Io dormo quando e quanto mi pare, sono vecchio, questa è la libertà che mi è rimasta. Ti va di fare una partita a carte?-
-Sono stanca.-
Lo guardo. Ha gli occhi azzurri ancora bellissimi, circondati da una serie maledetta di rughe, come se qualcuno si fosse divertito a segnare segmenti ovunque. Penso che la vita sia ingiusta: ci fa assaporare la beltà della giovinezza, per poi trasformarci lentamente in un foglio stropicciato.
Nelle foto da giovane il nonno era un bel tipo. Non bello, ma molto “uomo”. Difficile incontrare uno sguardo così al giorno d’oggi. Era lo sguardo di chi sa cosa vuole, di chi sa assumersi le proprie responsabilità e sa impartire ordini con naturalezza. Ma sono passati decenni e adesso è lo sguardo di un uomo che sa di essere quasi al capolinea, che la sera non ha sonno perché durante il giorno la noia ha sostituito lo stress.
Che sarà una partita? Penso.
-Ok, dai una sola però perché domattina ho da fare.-
-Cosa hai da fare che è la Vigilia e sono anni che fa tutto tua madre!-
Sdengh!
Ormai lo conosco, lui è così. Gli sorrido e insieme ci sediamo al nostro tavolo da gioco.
Senza accorgermene si fanno le due. Abbiamo parlato di tante cose tra una partita e l’altra, un caffè e un amaro. Mi sono giocata pure venti euro e li ho persi!
E’ riuscito a parlare male di ogni singolo parente celebrando invece se stesso e i suoi successi nella vita, compresi quelli immeritati.
Lo ascolto volentieri anche quando mi da della zitella senza speranza. (single proprio non riesce a dirlo). Un tempo era così. Se una persona aveva autorevolezza in famiglia, poteva dire ciò che voleva ed essere rispettata nel bene e nel male.
Resto affascinata dalla sua figura forte, dalla sua voglia di essere vivo, di contare sempre e comunque.
-Aurelia tu non sarai particolarmente intelligente, ma sei caruccia e sei sempre una femmina, un uomo lo devi trovare, tanto agli uomini l’intelligenza non è mai interessata!- mi sorride.
-Scegline uno con un buon posto, per bene, educato, non fare quella pignola, che rimani da sola!-
Non sapevo se mettermi a piangere o ridere. Volevo dirgli che il mercato degli uomini era terminato con la fine della schiavitù negli Stati Uniti un bel po’ di anni addietro, invece tacqui incassando il colpo.
Aveva ragione in fondo. Se ai suoi tempi ci si sposava per metter su famiglia senza badare ai sentimenti ma si restava uniti e ci si rispettava fino alla famosa “morte non ci separi”, al giorno d’oggi ci si sposa sempre per metter su famiglia ma badando a dei sentimenti con data di scadenza.
Mi chiedo a cosa serva innamorarsi, investire cuore e soldi in un rapporto che nella maggior parte dei casi nel giro di un quinquennio diventa brodo insipido?
Ha ragione il nonno. Meglio trovarsi un brav’uomo tutto casa, lavoro e famiglia, panzella da eccesso di carboidrati e alito pesantino. Il mutuo almeno è assicurato e così la vacanza al mare.
Peccato che i miei ormoni siano contrari. Da anni infatti si sono organizzati in un’associazione del tutto indipendente rispetto alla mia ratio.
(continua)
                                                                             parte nona

Alle dieci e trenta di sera, con il trucco ormai dileguato (ma perché truccarmi se poi passo il tempo dietro una mini-scrivania e uno schermo PC?), le gambe con la circolazione da traffico in tangenziale, una fame che avrei sbranato un mega panozzo extralarge, varco la soglia di casa.
Nei miei sogni che superano ogni umana comprensione, ad attendermi ci sarebbe stato un bel modello da copertina, muscoloso quanto basta, camicia bianca aperta completamente per mostrare quanto la natura sia stata benevola con lui, sorriso malizioso, braccialetto al polso destro, profumo di pelle maschia e di ormoni a mille, infine la sua mano lunga, snella, calda che mi accompagna sul divano. Mi toglie le scarpe incurante del lieve odore di sudore, comincia a massaggiarmi i piedi, li bacia, li mordicchia, poi sale verso i polpacci e ancora più su e poi…
E poi maledizione a me! Mi ritrovo sì un uomo davanti ma è mio nonno in pigiama da olocausto, che pensando di essere in bagno tira fuori una raschiata a terra e mi chiede sereno:
-Non ti sembra un po’ tardi per tornare?-
Poso la giacca su una sedia perché come al solito l’attaccapanni è già stracolmo e gli rispondo senza far trapelare la seccatura: -Sono stata al lavoro, nonno.-
-Ai miei tempi le donne a quest’ora stavano a casa e…-
mentre continua in solitaria il suo ben noto predicozzo sulla donna a casa e l’uomo al lavoro, prendo dello scottex in cucina per assorbire il malfatto del caro parente.
-Non dovresti essere a letto?-
-Non ho sonno.-
-Dovresti dormire di meno di giorno.-
-Io dormo quando e quanto mi pare, sono vecchio, questa è la libertà che mi è rimasta. Ti va di fare una partita a carte?-
-Sono stanca.-
Lo guardo. Ha gli occhi azzurri ancora bellissimi, circondati da una serie maledetta di rughe, come se qualcuno si fosse divertito a segnare segmenti ovunque. Penso che la vita sia ingiusta: ci fa assaporare la beltà della giovinezza, per poi trasformarci lentamente in un foglio stropicciato.
Nelle foto da giovane il nonno era un bel tipo. Non bello, ma molto “uomo”. Difficile incontrare uno sguardo così al giorno d’oggi. Era lo sguardo di chi sa cosa vuole, di chi sa assumersi le proprie responsabilità e sa impartire ordini con naturalezza. Ma sono passati decenni e adesso è lo sguardo di un uomo che sa di essere quasi al capolinea, che la sera non ha sonno perché durante il giorno la noia ha sostituito lo stress.
Che sarà una partita? Penso.
-Ok, dai una sola però perché domattina ho da fare.-
-Cosa hai da fare che è la Vigilia e sono anni che fa tutto tua madre!-
Sdengh!
Ormai lo conosco, lui è così. Gli sorrido e insieme ci sediamo al nostro tavolo da gioco.
Senza accorgermene si fanno le due. Abbiamo parlato di tante cose tra una partita e l’altra, un caffè e un amaro. Mi sono giocata pure venti euro e li ho persi!
E’ riuscito a parlare male di ogni singolo parente celebrando invece se stesso e i suoi successi nella vita, compresi quelli immeritati.
Lo ascolto volentieri anche quando mi da della zitella senza speranza. (single proprio non riesce a dirlo). Un tempo era così. Se una persona aveva autorevolezza in famiglia, poteva dire ciò che voleva ed essere rispettata nel bene e nel male.
Resto affascinata dalla sua figura forte, dalla sua voglia di essere vivo, di contare sempre e comunque.
-Aurelia tu non sarai particolarmente intelligente, ma sei caruccia e sei sempre una femmina, un uomo lo devi trovare, tanto agli uomini l’intelligenza non è mai interessata!- mi sorride.
-Scegline uno con un buon posto, per bene, educato, non fare quella pignola, che rimani da sola!-
Non sapevo se mettermi a piangere o ridere. Volevo dirgli che il mercato degli uomini era terminato con la fine della schiavitù negli Stati Uniti un bel po’ di anni addietro, invece tacqui incassando il colpo.
Aveva ragione in fondo. Se ai suoi tempi ci si sposava per metter su famiglia senza badare ai sentimenti ma si restava uniti e ci si rispettava fino alla famosa “morte non ci separi”, al giorno d’oggi ci si sposa sempre per metter su famiglia ma badando a dei sentimenti con data di scadenza.
Mi chiedo a cosa serva innamorarsi, investire cuore e soldi in un rapporto che nella maggior parte dei casi nel giro di un quinquennio diventa brodo insipido?
Ha ragione il nonno. Meglio trovarsi un brav’uomo tutto casa, lavoro e famiglia, panzella da eccesso di carboidrati e alito pesantino. Il mutuo almeno è assicurato e così la vacanza al mare.
Peccato che i miei ormoni siano contrari. Da anni infatti si sono organizzati in un’associazione del tutto indipendente rispetto alla mia ratio.

(continua)

                                                                       parte decima

Camminare per le strade di Napoli il 24 di dicembre è un attentato al sistema nervoso. Se già normalmente i corsi principali sono brulicanti di auto, moto e autobus, alla Vigilia di Natale il tutto va semplicemente quintuplicato. Se alcuni napoletani si fermassero a riflettere, in quel giorno abbandonerebbero l’auto nel garage e se la farebbero a piedi, risparmiando un mucchio di tempo. Ma il napoletano standard è pigro. Anche solo per mezzo chilometro prende la macchina, anche se poi passerà mezzora per trovare parcheggio, per poi infilarla tra un bidone della spazzatura e un materasso abbandonato, lasciando solo due cm liberi per lato. Nel caso fosse necessario provvederà lui stesso a spostare eventuali oggetti che gli impediscono di parcheggiare. In fondo, l’arte dell’arrangiarsi l’abbiamo inventata noi.
Ricordo che anni fa, avevo parcheggiato la mia 500 al Vomero dopo disperati tentativi di trovare un posto. Non mi accorsi però che era un passo carrabile (avevo 19 anni fresca patentata e esasperata), o forse semplicemente me ne fregai: a Napoli i carri attrezzi, in fondo, sono macchine fantascientifiche. E me ne andai in sala prove a suonare con un gruppo. All’uscita, la mia 500 era sparita. La ritrovai un po’ più avanti, parcheggiata perfettamente. Resta ancora oggi un mistero per me di come avessero potuto spostarla, di certo avevo dimenticato di mettere il freno a mano, o forse no, resta il fatto che qualcuno aveva provveduto a posteggiarla bene. (fatto realmente accaduto all’autrice, che sarei io. )
Napoli è così, ce la caviamo da soli senza creare troppi casini perché di casini ne abbiamo già troppi.
Tuttavia, se alcuni casini li risolviamo con tanto buon senso, è anche vero che ne creiamo altri senza il minimo buon senso.
Esasperata dai rumori del traffico, tempo addietro mi venne un’idea bizzarra: mi appoggiai a un semaforo, chiusi gli occhi e tentai un gioco forse infantile, quello di riconoscere i vari rumori o suoni senza vederli. Così iniziai a dire tra me e me: “un autobus, due motorini, una macchina, un clacson, due clacson, uno scooter, mamma che bestemmia contro il figlioletto, autobus degli anni 70 (quelli che barriscono quando frenano), signore che urla Gaetanoooo, con una potenza vocale tale da superare tutto il frastuono e far voltare l’amico a 100 metri di distanza, sirena dell’ambulanza, altra mamma che augura di buttare il veleno al figlioletto. Dopo qualche minuto, lentamente aprì gli occhi e sorrisi: aveva funzionato, mi sentivo meno frustrata.
In quel mentre, un uomo che doveva essere solito far colazione con 5 cornetti e 4 cappuccini, mi guardò divertito e mi disse: -Signurì, ma che state aspettanne o ‘bbiol?- Traduzione: signorina, ma che state aspettando il viola?
Fantastico!

(continua la prossima volta con la: “commessa transformer”, adesso scusate, ma devo andare a compare la farina per le ciambelle)

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