COME STERMINARE (parte 11)

COME STERMINARE LA PROPRIA FAMIGLIA NELLA SERA DI NATALE E PARTIRE SERENI PER LE BAHAMAS

(parte 11)
Sono da circa dieci minuti dinanzi alla vetrina del mio negozio d’abbigliamento preferito. Non sono interessata ai vestiti, piuttosto osservo con grande attenzione i prezzi. Nella mia mente disturbata dialogo con un’amica immaginaria:
-Quale prezzo ti piace?
-Direi quello sul manichino a destra.
-Anche il prezzo sul manichino a sinistra non è male!
-Sì, ma risparmi 3 euro.
Eh sì, se le persone potessero ascoltare i miei pensieri, credo che il tempo di fare un numero e la sirena dell’ambulanza non tarderebbe a farsi sentire!
Finirei in una camera bianca su un letto bianco e davanti a me un medico e due infermiere vestite di bianco mi urlerebbero in faccia: “Qui non è il paradiso! Qui non è il paradiso! Qui non è il paradiso! Ma all’inferno delle verità io mento col sorriso!”
Ebbene sì, noi sopravvissuti ai cartoni animati giapponesi dove i protagonisti erano tutti orfani perseguitati da una sfiga continua fino alla penultima puntata, siamo cresciuti convinti che la felicità e la normalità esistano per davvero, ma solo per i cattivi.
-I buoni devono soffrire, devono lottare, devono combattere. E’ come un marchio di distinzione: come fai a sapere se sei buono e giusto? Semplice, valuta il tuo livello di sofferenza: più soffri più sei buono. E’ Dio che vuole metterti alla prova e non per un giorno, un anno o un mese, ma per tutta la vita! Sei contento? Devi esserlo, altrimenti Dio si dispiace e ti punisce. -Scusa ma io stavo già soffrendo da credente, devo soffrire pure da non credente?
-No, soffrono solo i credenti che dubitano della perfezione della volontà di Dio. I non credenti, per contro, sono senza speranza, perché farli soffrire?
-Non saprei, è una vita che mi chiedo perché i potenti e i ricchi sono felici e appagati, mentre c’è tanta brava gente che affoga nella povertà e nella sofferenza. Che risposta devo darmi?
-La risposta è nella tua fede.
-Preferirei una risposta nella mia ragione.
-Dio è ragione e non ragione. Dio è logica e illogica. Dio è giusto e sbagliato. Dio è Juve e Napoli. Dio è tutto. Dio decide e agisce, punto. Tu, zitta!
-Ok, mi arrendo…
Entro nel negozio deserto. Effettivamente sono solo le dieci di mattina.
La commessa transformer è alla mia destra dietro il solito bancone in vetro finto. Appena sono entrata ha smesso di parlare con la collega nella loro lingua. Ha schioccato il chewing gum e swicciando la parte del cervello funzionante verso il dizionario italiano-napoletano, si è rivolta a me con aria seria e seccata: -Buoncciorno!
“Bene,”, penso, “almeno questa le lettere finali le pronuncia.”
-Buongiorno, vorrei vedere il prezzo in vetrina, ehm, il vestito blu in vetrina.
-Quale quello a destra?
Siccome in vetrina c’è un solo vestito blu, la domanda mi sembra superflua, ma forse il suo cervello ha swicciato troppo. Annuisco.
-Vabbbbene, lo volete misurare?
La guardo per qualche secondo chiedendomi se sono la sua prima cliente in assoluto.
-Sì certo.
-Che misura portate?
-46.
-Ce l’ho anche in bianco e in rosso, rosso vi starebbe bene, siete scura.
Mi sorride. Solo adesso noto il rossetto rosso fuoco che le abbellisce le labbra. Se lo mettessi io sembrerei una prostituta, invece su di lei sta benissimo. Anche la gettata di colore blu sulle palpebre le sta bene e così pure la spalmata di rosso sulle gote giovani. Dimostra 30 anni, ma dallo sguardo e dalla voce capisco che ne avrà meno di 16. Quindi lavora di certo con un contratto a nero di seppia. Pazienza, qui funziona così. Tanto tra un paio di anni si farà mettere incinta e smetterà di lavorare perché in certi quartieri di Napoli il preservativo è solo per i gay…non sei uomo se non metti incinta la tua baby ragazza minorenne. Poco importa se poi il tuo baby-uomo guadagnerà 500 euro al mese, poco importa se vivrete in un monolocale scarrupato. Poco importa se ai vostri figli, almeno 4, insegnerete solo rabbia e frustrazione.
Vivono in un loop, ma guai a dirglielo: ti sguinzagliano addosso il rottweiler rubato.
Insoddisfatta del vestito blu che mi si aggrinzisce sui fianchi e mi si allarga troppo sulle spalle, in fondo è stato cucito nei migliori atelier cinesi, mi faccio convincere a provare un tubino rosso che mi arriva a pochi centimetri dal tesoro femminile. “Ecco,” penso. “Adesso calzo dei tacchi a spillo e giù alla stazione in un poche di ore mi faccio i soldi per un viaggetto.”
Con il mio mouse cerebrale spingo subito il pensiero nel cestino.
-Vi sta proprio buono!- esclama la commessa transformer. Il peggio è che mi sembra sincera.
-Siete ancora giovane, e avete delle belle gambe, ve lo potete ancora permettere.
Questo è l’esempio di due mondi opposti che si scontrano: lei è convinta di farmi un complimento, io sono offesa a morte. E’ l’”ancora” che poteva evitare se avesse studiato tatto e buona educazione. Così avrebbe imparato che la sincerità talvolta è sinonimo di crudeltà!
Mi sento simile a quelle presentatrici over 50 e 60 che in televisione insistono a mettersi abiti stretti e tacchi da passerella, che si spalmano strati di cemento per nascondere l’età che invece tutti i giornali scandalistici svelano con gaudente perfidia. Le ho sempre trovate ridicole. Ora la ridicola sono io.
-Mi spiace, ma non mi sento a mio agio.
La commessa transformer mi guarda con i suoi occhioni da ragazzina che a quest’ora dovrebbe essere a scuola a disegnare cuori sul diario e a prendersi in giro con le amiche. E’ profondamente delusa. Mi sento in colpa, non voglio rovinarle la giornata. Forse la pagano a cottimo…
Le sorrido. -Va bene, lo prendo.-
Esco dal negozio mentre lei swiccia di nuovo il suo dizionario mentale per riprendere il dialogo con la collega aborigena. Mi soffermo giusto un attimo perché la curiosità mi divora.
-Allore steve dicenne. E’ capite isso c’a ditte?
-No, dice nata vote, n’aggio capite buone.
-Chille è sceme, nun vo’ parlà cu mammà, dice ca me vo bene ma a essa nun a supporte.1
E’ tornata nel suo mondo, la lascio lì anche perché quello che attende me, forse, non è così migliore.
1Allora, stavo dicendo, hai capito lui cosa ha detto?
No, ripeti, non ho capito bene.
Quello è scemo, non vuole parlare con mia madre. Afferma di volermi bene, ma a lei non la sopporta.
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