Incipit o non incipit that’s the question!

Oggi mi sono divertita a leggere diversi incipit famosi, chiedendo a me stessa se da quell’incipit, non conoscendo né l fama dell’autore, né quella del libro, mi sarei incuriosita e avrei desiderato continuarne la lettura.

Devo dire che alcuni incipit pur appartenendo a libri famosi, li ho trovati banali o poco accattivanti, mentre mi hanno attratto particolarmente alcuni scrittori a me sconosciuti come Selma Lagerlof, prima scrittrice donna a ricever il Nobel per la letteratura con il suo: “Il viaggio meraviglioso di Nils Holgersson” o Ivan Illich, “Descolarizzare la società”.

Standing ovation per il “De profundis” di Oscar Wilde o per tutti i romanzi di John Steinbeck; meravigliosa anche Anais Nin, mentre ho trovato “fastidioso” il gettonatissimo Bukowsky e forzatamente simpatico Stefano Benni, del quale però leggerei volentieri “Achille piè veloce”.

Quello che ho trovato imparagonabile è la differenza che spesso intercorre tra gli stili di scrittura di autori precedenti all’ultimo ventennio e i nostri narratori contemporanei.

Ho provato a trovarne le ragioni.

Gli scrittori del novecento e di prima del novecento scrivevano per un élite molto esigente. Forma e sostanza dovevano reggersi in un perfetto equilibrio. La cura della parola e della frase era ossessiva. Il significato del romanzo doveva contenere riflessioni universali partendo da situazioni verosimili o realistiche. Gli scrittori si sforzavano di scrivere in maniera originale, ma seguendo la loro natura, il loro stile che li rendeva unici e riconoscibili.

Molti scrittori di oggi invece, eseguono prima un’indagine di mercato per sapere cosa i lettori di oggi, democraticamente molto più numerosi, si aspettano di trovare in vetrina.

Il lettore medio non ha voglia di imparare vocaboli nuovi leggendo. Non ha voglia di ampliare le proprie conoscenze, vuole per lo più distrarsi o immedesimarsi nei personaggi.

Questo comporta sia un eccesso di fantasia senza sostanza sia una verosimiglianza a personaggi che sembrano più degli stereotipi, costruiti su misura per il lettore.

In entrambi i casi, è la sostanza a perdere di gran misura. Un libro di fantasia come “Pinocchio”, narra una storia irrealistica, è vero, ma ricca di spunti di riflessione, con una o più morali al suo interno.

Lo stesso vale per “Alice nel paese delle meraviglie” o per “I Viaggi di Gulliver”. Se vogliamo avvicinarci nel tempo, i romanzi brevi di Sepulveda, tra cui la famosissima “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”, sono un esempio di fantasia sostanziosa.

Oggi invece, molti romanzi di fantasia sono privi di sostanza. Mi domando perché. Non credo che i lettori di oggi sdegnerebbero i romanzi celebri che ho citato sopra.

La risposta forse è racchiusa in una questione di tempo: occorre scrivere in poco tempo, limitazione che non permette di approfondire il contesto storico o di creare dei riferimenti specifici di un momento storico particolare, cosicché la storia seppur fantasiosa, acquisisca un suo valore universale riconoscibile, che porti il lettore alla famosa catarsi greca.

Oggi l’incipit è tutto. L’incipit farà decidere sull’acquisto o meno, quindi deve essere semplice e diretto, deve dire e non dire. Poi dipende dalle persone, dal loro bagaglio culturale e anche dalle preferenze di genere.

Sia ben chiaro: il mio discorso non mira alla solita critica dello scrittore medio e dei suoi lettori anche meno che medi. Io chiedo agli scrittori medi(ocri) di fare uno sforzo e aggiungere un po’ di sostanza a ciò che scrivono perché non avrebbe nessuna controindicazione nelle vendite.

E’ il lettore che deve camminare o correre verso la letteratura, non è la letteratura che  deve strisciare verso il lettore.

Quindi, per concludere, va bene uno stile più semplice, una forma meno elaborata, ma non eliminiamo la sostanza che è la metà del valore di un’opera letteraria.

Ma a questo punto, occorre chiedersi perché si scrive. Allora io rispondo con l’incipit di “Mistica del sesso” di Anais Nin:

“Perché si scrive è una domanda a cui posso rispondere facilmente, dato che me lo sono chiesto così spesso. Penso che un autore scriva perché ha bisogno di creare un mondo in cui poter vivere.”

E sempre di Anais Nin è questa citazione per scrittori “veri”:

“Se non respiri attraverso la scrittura, se non piangi nello scrivere, o canti scrivendo, allora non scrivere, perché alla nostra cultura non serve.”                                  

Buon incipit a tutti!

Annunci

3 thoughts on “Incipit o non incipit that’s the question!

Add yours

  1. Buon giorno Emilia, grazie per questa riflessione che condivido. Mi sono sempre sentita più legata alla letteratura del ‘900 e tu mi hai chiarito le ragioni. La sostanza e il messaggio sono per me fondamentali e da intrecciare bene tra loro. Prediligo le forme narrative leggere capaci di scuotere il nostro modo di pensare e di agire dolcemente, senza quasi che ce ne si accorga. Non ritrovo spesso queste intenzioni nella letteratura moderna. Io in fin dei conti scrivo per denunciare ciò che non funziona secondo me nella società e per indicare una strada per correggerlo. Proprio ieri ho pubblicato un mio racconto con questo obiettivo. Forse non è tanto “moderno”
    😁

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: