I temi di Gallery: la solitudine

Axel mise il computer in stand by e aprì il libro di storia. Le piaceva la storia, era una delle sue materie preferite. Il Settecento, in particolare, l’aveva affascinata molto, con le sue corti fastose, le donne dalle grandi parrucche, i vestiti in stoffe preziose, gli uomini audaci e cortesi. Un pomeriggio si era anche incipriata il viso di bianco e si era disegnata un neo sul labbro. Siccome non possedeva abiti lunghi, si era dovuta accontentare di un copertino di raso rosso che la mamma teneva custodito da anni nell’armadio. Se l’era avvolto addosso e se l’era tenuto in vita con la cintura dell’accappatoio. Nello specchio della sua camera, si ammirava le spalle nude, girando su se stessa come una bambina vanitosa. Il suo amore per quel periodo storico era nato dopo aver letto “Le relazioni pericolose”, un libro scovato nella parte alta della libreria, mentre stava cercando qualche cosa di piccante da leggere.

E quel romanzo le aveva aperto un universo completamente sconosciuto, fatto di lusso, intrighi, malvagità gratuita, ma soprattutto di sensualità e di sesso vissuto con passionalità e pudore allo stesso tempo. Si era immaginata tra quei corridoi bui, candela in mano, che correva per il suo appuntamento segreto con un giovane e fascinoso amante. Lui l’avrebbe attesa in una camera enorme, dove un letto a baldacchino li avrebbe accolti per dar sfogo ai loro desideri troppo a lungo repressi. «Io non l’ho ancora fatto, mio signore» gli avrebbe detto portandosi una mano alla bocca e arrossendo. Lui le avrebbe preso la mano e l’avrebbe baciata con delicatezza. Poi l’avrebbe fissata negli occhi facendole capovolgere le viscere, l’avrebbe attratta a sé, l’avrebbe avvinghiata al suo corpo e lei ne avrebbe sentito tutto il calore e la forza. Poi l’avrebbe baciata a lungo facendole mancare il respiro e l’avrebbe condotta sul letto per sollevarle il lungo vestito e accarezzarne le gambe tremanti.

I sogni di Axel finivano lì. Non riusciva ad andare oltre. Quello era già abbastanza perché quella parte di sé, che ogni tanto esplorava quando era da sola in bagno, si animasse e si accaldasse. L’Ottocento, invece, le era parso noiosissimo. Guerre, rivolte, i moti, l’unità d’Italia. Nulla di nuovo. Da che il mondo era mondo, sembrava che l’uomo non conoscesse altro modo per progredire, che dichiarare guerra o usare la violenza per imporre le proprie idee o per raggiungere un unico obiettivo: il potere.

Il cellulare lampeggiava. Era la mamma. “Chiudi bene tutte le porte e le finestre. Arrivo con una mezzoretta di ritardo”. Axel sbuffò. Seduta alla sua bianca scrivania, si concentrò sul silenzio intorno a lei.

Da quanto tempo era cominciato questo suo rapporto particolare con il silenzio?

Da quanto tempo era che sentiva, di tanto in tanto, un bisogno viscerale per una totale assenza di rumori o di suoni? Aveva letto di santoni o simili che, seduti nella posizione del loto, entravano in trance abbandonandosi al silenzio e che poi magicamente si sollevavano da terra. A lei non sarebbe mai potuto riuscire, tra lei e la santità occorrevano ancora un po’ di vite; si accontentava allora di restare in silenzio con gli occhi chiusi, rilassando le membra e concentrandosi sul respiro, finché l’odioso cane dei vicini talvolta non cominciava ad abbaiare per chissà quale futile motivo. Spesso aveva pensato di avvelenarlo con dei “bocconcini all’insetticida” e di guardare soddisfatta dalla sua finestra mentre i padroni affranti ne infilavano il corpo senza vita in un sacco. Ma dove aveva letto che “i buoni sono coloro che non hanno il coraggio di fare del male”? E lei era davvero buona se poi pensava di avvelenare un cane indifeso? Un cane indifeso no, mai! Ma quei rompiscatole rabbiosi, sì.

Di nuovo silenzio. Profondo silenzio fuori e dentro di lei.

Il suo rapporto con il silenzio era cominciato un pomeriggio di otto anni prima quando suo padre se ne era andato, valigia in mano, sbattendo la porta dietro di sé. Dopo l’ennesimo litigio con sua madre, aveva scelto la via più facile: la fuga. Axel aveva scolpito nella mente l’immagine di sua madre seduta per le scale, scalza, con il suo pigiama blu, abbracciata all’inferriata, le lacrime che le scorrevano sul viso pallido e gli occhi spenti, disperati. E il silenzio, quel silenzio che era succeduto allo sbattere della porta, quel silenzio che le aveva ferite entrambe come una pugnalata al petto. Sua madre piangeva muta, da sola. Sua madre era sola e lei era sola, in due in quel salone… eppure sole. In quel preciso momento, Axel aveva scoperto il sapore amaro della solitudine e la compagnia del silenzio. Aveva capito che il dolore va vissuto da soli, che nessuno ti può capire veramente, che per certe pene non ci sono braccia che ti possano accogliere né parole che ti sappiano confortare. Dopo qualche minuto trascorso in un tempo apparentemente immobile, sua madre si era chiusa in camera, lasciando Axel nel salone, inerme, indifesa, piccola, sempre più piccola, con le pareti intorno che diventavano grandi, sempre più grandi e curve, come le volte di una profonda galleria, una galleria senza uscita, pronta a inghiottirla come la gola di un mostro.

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