2017 Racconti dell’orrore

 

Immigrescion

 

Un tardo pomeriggio, il popolare conduttore televisivo Aldo Nebrawsky si era ritrovato sotto casa un gruppetto di giovani giornalisti eccitati e ansiosi come ragazzini davanti a una discoteca. Alquanto seccato, aveva frenato con delicatezza la sua Skoda Kodiaq nera, raggruppando in fretta i pensieri più razionalmente validi, disputando la soluzione più valida tra un’eventuale fuga e un ardito affronto.

 

Rallentava senza fermarsi, mentre la casa intanto si avvicinava, e così il giardino e il garage, che insieme gli erano costati ben 426 mila euro. Il sole che stava tramontando proprio dietro il grazioso edificio, gli si rifletteva nel parabrezza, facendo assumere al quadro davanti a sé, una connotazione quasi onirica.

 

Proprio non riusciva a decidersi sul da farsi, quando uno sbarbatello, in realtà con una barba da hipster, probabilmente portata senza nemmeno sapere cosa fosse un hipster, si accorse del suo arrivo. Doveva aver riconosciuto l’auto.

 

Il giovane dette in uno slancio atletico e scavalcò con un balzo la folta siepe. Gli altri cinque gli furono subito dietro urlando parole incomprensibili, tra le quali solo il suono aspro di Nebrawsky pareva riconoscibile.

 

In quel trambusto mentale, gli occhi del popolare conduttore finirono a mirare le gambe chilometriche di una seducente giornalista, che per l’occasione aveva pensato bene di indossare una minigonna strettissima e dei decoltè rossi con tacco a spillo. Aldo non poté fare a meno di notare che correva come un’anatra verso una mollichina di pane.

 

Intanto pensava a quanto fosse ingiusta la vita!

 

Aveva iniziato la sua carriera 30 anni prima. Allora era un ragazzino paffutello, bruttino, anzi diciamo la verità, peggio che bruttino: insignificante. Il suo accento toscano però lo rendeva simpatico, così come la sua propensione a raccontare barzellette. Siccome i suoi amici in continuazione gli chiedevano di raccontarne, ridendo ogniqualvolta come dei forsennati, lui si convinse che sarebbe potuto diventare un grande attore comico.

 

Aveva frequentato varie scuole di teatro, aveva trascorso notti insonni a studiare di tutto, persino Shakespeare di cui proprio non comprendeva l’idolatria di alcuni; aveva tribolato anni per cercare di controllare il suo accento, aveva mandato curriculum ovunque e pazientato dinanzi agli insuccessi.

 

Poi finalmente l’occasione era arrivata: uno zio del fratello di un amico del nonno del suo vicino di casa, gli disse che serviva una comparsa per un filmino da quattro soldi, che però a lui fu presentato come il film comico dell’anno. Era la sua grande occasione! Si rasò e si profumò; studiò bene la parte, recitò quei sette minuti di comparsa e per la gioia si mise persino a piangere.

 

Sarebbe finita lì, se uno dei tecnici, uno spilungone magro e occhialuto, non l’avesse notato tra le quinte e non se ne fosse improvvisamente invaghito. Ora, Aldo Nebrawsky non era gay, a lui piaceva proprio quel bel tesoro delle donne, l’arma bianca più potente al mondo. Gli uomini gli facevano a dir poco ribrezzo. Tuttavia fiutò l’affare: il tecnico era stato anche l’amante del regista. Insomma, fece i suoi calcoli e accettò la strana relazione.

 

Da allora in poi, fioccarono le occasioni, finchè un paio di anni dopo, il suo nome era apparso in un noto show televisivo in prima serata.

 

Nel giro di pochi anni divenne uno dei volti più noti della tv italiana. Possedeva una bella casa, un solido conto in banca, ospitava tante giovani aspiranti attrici per allietare le sue serate solitarie e spendeva tanti soldi in tante cose inutili. Infine aveva assunto quella tipica aria superba di chi sa di avercela fatta nonostante l’assoluta incapacità.

 

Poi, quel maledetto sabato di giugno, qualcosa era andato storto. Forse qualcuno gli aveva fatto la Macumba, fatto sta che, in segreto, qualcuno aveva registrato una sua conversazione in camerino, durante la quale, mentre si strofinava addosso a una futura soubrette, rivelava ad un suo collaboratore, il suo odio, il suo disprezzo verso gli immigrati. Ora, a un conduttore televisivo famoso si può accettare che sia bisex, che sia stronzo, che sia incapace, che non faccia ridere e persino che non sappia presentare, ma la moralità italiana ha le sue mode e in quei tempi andava di moda essere pro-immigrati.

 

Il contenuto delicato della registrazione finì in mano a un noto giornalista di una rivista gossip, “I fatti tuoi 2017”, il quale non ci pensò due volte a venderselo a suon di zeri.

 

Era stato l’inizio della fine. Tutti volevano vederlo penzolare da un albero, espulso dalla RAI, da Mediaset, anche da quei canali inutili che riempiono il digitale con frasi o immagini che rasentano un’immobile follia.

 

 

Che persona immorale quel Nebrawsky! Non avere pietà di quei neri strano-odoranti che infestano le nostre piazze!

 

 

Improvvisamente Aldo Nebrawsky aveva scperto la fragilità del concetto di amicizia. I suoi followers su twitter e facebook erano diventati haters.

 

Era davvero finita.

 

Beh, almeno per qualche anno, il tempo giusto perchè la moralità italiana slittasse da qualche altra parte. In fondo, non era accaduto anni addietro che un giornalista finito alla berlina per i suoi discutibili gusti sessuali, soddisfatti in flagrante tradimento, avendo lui prestato il solenne giuramento del matrimonio, dopo qualche anno era tornato a esercitare il suo mestiere in assoluta tranquillità?

 

C’era dunque speranza anche per lui, ma adesso era in piena tempesta, occorreva resistere.

 

Resisti, resisti Aldo! Cosa vuoi che sia? Passerà! Gli italiani hanno memoria corta. Pensa a tutti i politici corrotti e ai pregiudicati che ora siedono al governo. Quale italiano se ne ricorda? Resisti, resistiiiiiiii!”

 

Sì, certo, devo resistere, giusto!

 

Invece, impovvisamente l’impensabile prese la consistenza di un pensiero: apparve nel suo encefalo una idea tanto assurda quanto affascinante. Adesso sì che sarebbe rimasto nella storia della televisione!

 

Parcheggiò a pochi passi dal gruppetto di infami arrivisti. Sorrise come Hannibal Lecter dinanzi a una coscia umana.

 

Erano lì, i giovincelli, con i loro capelli ondeggianti da pubblicità di shampoo, le cosce femminili invitanti, le barbe impersonali, i vestiti comprati ai mercatini. Poveracci, sciocchi ambiziosi avvoltoi in erba pronti a beccargli la pelle, i tessuti e dentro, sempre più dentro, fino alle ossa. Sperò, pregò il dio del male perchè si posizionassero bene, poi schiacciò l’acceleratore.

 

Boom! Fuori tre in un colpo solo!

 

Seguì con lo sguardo divertito e affascinato i corpi svolazzare due a destra, uno a sinistra come bambocci di cartapesta.

 

Ne restavano due alla sua destra, che non avendo capito l’intenzionalità del gesto rimasero immobili per qualche istante, il tempo che Aldo gli sterzasse contro e li stendesse sotto le ruote anteriori. Udì uno spezzare di ossa che gli provocò un’inizio di erezione.

 

Urla strazianti nel silenzio di un tranquillo pomeriggio pre-estivo; gemiti degni di una sinfonia di Wagner!

 

Fece marcia indietro per liberare i corpi dalle ruote e la macchina sobbalzò. Poi ingranò di nuovo la marcia e puntò verso uno sbarbatello, quello in giacca e cravatta da cerimonia. Gli finì sopra godendo di quei muscoli che venivano ridotti a lingue di gatto. Dallo specchietto retrovisore si accorse che la ragazza, quella pronta per l’uso, si era alzata, si era appoggiata ad un albero e si teneva su una gamba perchè l’altra era tutta storta dal ginocchio in giù. I suoi vestiti erano imbrattati di sporco e di sangue, i suoi capelli spettinati come dopo una focosa notte di sesso.

 

Altro che walking dead” pensò Aldo. Era davvero eccezionale: portava ancora quei tacchi vertiginosi. Un’eroina! Meritava una fine degna del suo coraggio! Fece inversione di marcia e le andò incontro spazzandola via di almeno dieci metri. Una scarpa svolazzò nell’aere come un uccellino incapace di volare.

 

Fu l’ultimo urlo, l’ultimo infrangersi di ossa.

 

Il silenzio piombò come un macigno insopportabile. Aldo detestava il silenzio. Adorava invece gli applausi, quelli fragorosi, anche quelli finti registrati nelle sue trasmissioni, utili per far capire al pubblico che bisognava ridere a comando.

 

Adesso sì che sarebbe entrato nella storia della tv, anche se da quel giorno in poi gli sarebbe toccato vederla in un’angusta due per quattro. Ma con un buon avvocato gli avrebbero dato la semi infermità mentale e magari sarebbe finito in una costosa villa per matti, una specie di hotel per squilibrati di serie A.

 

Sì, sarebbe andata così. In fondo lui era uno dritto, un furbo, e in Italia si sa, la furbizia è la maggior virtù.

 

 

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