Di notte voi dormite?

Stanotte proprio di dormire non se ne parlava, allora ho cominciato a partorire questo racconto che segue. La narrazione è ancora grezza, nel senso che vanno curate le descrizioni, la grammatica etc etc, ma avevo voglia di postarlo bello fresco fresco come pane appena sfornato!

Si tratta di una fiaba, quindi storia inventata, ma…udite udite: protagonisti veri, ovvero i miei tre pargoli, Giada, William e Lorenzo.

Adesso so cosa scrivere per tutta l’estate.

Ecco a voi l’incipit, buona lettura!

Capitolo primo

Quel venerdì diciassette del 2017 era cominciato nel peggiore dei modi. William si era svegliato accigliato e nervoso come non mai. Di andare a scuola proprio non ne voleva sapere; Giada, in piedi sulla sedia, rovistava tra le cataste di merendine e biscotti nella credenza, sbuffando insoddisfatta ed esclamando: «Ma non c’è nulla di buono da mangiare!»

William era un ragazzino di undici anni, alto, magro, sempre pronto allo scherzo. Andava bene a scuola, ma a maggio inoltrato proprio non ne poteva più. Sua sorella Giadina, più piccola di 22 mesi, era piuttosto capricciosa con il cibo. Si sarebbe rimpinzata solo di nutella e pasta con la panna, oppure di cotolette o lasagna. E la mattina era una tragedia: voleva solo merendine, anche se la mamma le ripeteva in continuazione che non erano affatto nutrienti. Infatti una non le bastava, ce ne volevano almeno tre per riempirle il pancino! E poi ne voleva sempre di diverse, era davvero incontentabile!

Invece Lorenzo, il più grande, un giovanotto di 18 anni, faceva presto a servirsi da solo con una tazza di latte, due biscotti, il pranzo nel termos, il tempo di rispondere ad un paio di messaggi sul cellulare e in un battibaleno scappava a scuola. «Ciao, ciao!» diceva e boom faceva la porta dietro di lui.

«La pooorta!» urlava sua madre dal bagno. «Uno di questi giorni pure la sfonda!»

La mamma era una donna sui 45 anni, molto paziente e molto impegnata tra lavoro e casa. La mattina era una corsa continua: doveva accompagnare i due fratellini al pre-scuola e poi precipitarsi al lavoro.

«Giadina, allora hai deciso?» le disse la mamma aiutandola a scendere dalla sedia.

Giadina rispose con il silenzio e la solita faccina delusa. Quando faceva così sembrava ancora più piccola.

«Ma insomma, abbiamo quattro tipi diversi di merendine e cinque pacchi di biscotti. Eppure non ti sai decidere. Mi sa che è colpa mia, dovrei darvi pane e latte, come una volta!»

Giadina andò a sedersi sul divano, gambe strette, mani a pugni sulle ginocchia e volto basso, dispiaciuta come se chissà quale rimprovero le avessero rivolto.

Jam, il loro gattone nero, miagolò felice e andò a strofinarsi tra le sue gambine. Giada non gli concesse nemmeno uno sguardo, era troppo arrabbiata.

«Bau! Bau!» si sentì nel corridoio.

«Eh già, Maggie! William scendila un attimo, che deve fare pipì.» disse la madre mentre cercava di consolare Giadina e di convincerla a bere almeno una tazza di latte.

«Bau! Bau!» abbaiò Maggie dall’ingresso.

Maggie era la cagnolina di casa, una chuwawa nero e marrone, molto dolce e molto simpatica.

«William prendi Maggie e portala giù che le scappa, poverina!»

«Uffa mamma, perché sempre io?» sbottò William.

«Come sempre io? Dovrei dirlo io, sempre io, visto che la scendo sempre io…»

«Ma non ho voglia e poi sto vedendo il cartone…» disse mentre con indifferenza afferrava un biscotto dal vassoio sul tavolo.

Per non perdere tempo in discussioni, la mamma infilò la pettorina alla cagnolina, le agganciò il guinzaglio e via di corsa giù per le scale a fare la pipì nel giardinetto di fronte.

Quasi tutte le mattine era così. Ma quella mattina sarebbe accaduto qualcosa di assurdo, di incomprensibile, di inspiegabile, qualcosa che avrebbero conservato e custodito per sempre come un geloso segreto.

Capitolo due

Alle ore 7.30 la mamma citofonò per farsi aprire il portone. William e Giada sentirono Maggie abbaiare giù nell’atrio e poi il rumore dell’ascensore che scendeva per poi risalire. William andò ad aprire la porta, lasciandola socchiusa. Tornò in fretta in cucina e si gettò sul divano per vedere gli ultimi dieci minuti di cartone. Giadina, ormai rassegnata, stava aprendo l’involucro di una merendina al cioccolato.

Un improvviso temporale prese a tuonare da lontano. Tre tuoni e tre lampi.

L’ultimo illuminò la stanza a giorno e in quel momento la luce e il televisore si spensero per alcuni minuti. I due fratellini si guardarono un po’ impauriti, ma per fortuna durò poco. Così come improvvisamente era arrivato, così improvvisamente se ne era andato: niente più tuoni, niente più lampi e la tv e la luce di nuovo accese.

Ore 7.35.

«Giadi, ma mamma è entrata?»

«Boh, non so.»

«Mamma?»

«Mamma?»

Non ricevendo risposta, i due fratellini aprirono la porta e uscirono sul ballatoio. L’ascensore era fermo al loro piano con la luce accesa. Si avvicinarono per sbirciare dentro: era vuoto. Si guardarono l’un l’altro senza sapere cosa dire. D’istinto si affacciarono sulla tromba delle scale e provarono più volte a chiamare la madre. Nulla. Nemmeno Maggie si sentiva più abbaiare. William, che era molto sensibile, si irrigidì, mentre gli occhi si arrossavano per il pianto in agguato.

«Affacciamoci al balcone, magari è tornata fuori perché Maggie doveva fare ancora pipì» suggerì Giadina. Non aveva molto senso, ma valeva la pena provare.

Una volta in camera da letto, però, William non riuscì ad alzare la serranda.

«Che facciamo?» chiese Giadina adesso con tono disperato.

«Scendiamo giù a cercarli.»

«Non abbiamo le chiavi della porta!»

«La socchiudiamo, dai corri!»

Una volta fuori al palazzo si guardarono intorno a destra e a sinistra, di fronte tra i giardinetti. Videro solo le solite auto che sfrecciavano nel bagliore del mattino. Nessuna traccia della mamma e di Maggie. Erano sparite nel nulla.

«Chiamiamo Lory!» suggerì Giadina.

«Sì, presto!» esclamò William con le lacrime che gli rigavano ora il visetto paffuto.

Tra i singhiozzi ritenuti a fatica, William riuscì a raccontare al fratello maggiore che sua madre e Maggie erano scomparse. Dall’altra parte del telefono in tutta risposta udirono una risatina.

«Ma che cavolo dici, William? Mamma e Maggie scomparse! Hahaahh, dai fammi andare a scuola che è già tardi. Vedi bene che staranno salendo ora.»

«Tu non capisci!» urlò William con tutto il fiato che aveva in gola e finalmente ottenne l’attenzione che meritava.

«Ti dico che le abbiamo sentite prendere l’ascensore, ma l’ascensore è arrivato vuoto! E sono quasi le otto, dovremmo già essere per strada, non credi?»

Lorenzo sospirò. «Ok, arrivo, non vi muovete.»

Capitolo tre

Una volta a casa Lorenzo si fece ripetere più volte l’accaduto perché gli sembrava troppo strano per essere vero. Sapeva di essere il maggiore, sapeva di essere anche maggiorenne, eppure davvero non aveva idea di cosa fare. Se ne stava in piedi davanti a loro fingendo un’aria tranquilla e sicura, quando invece era tutto un tremore interno.

Cosa avrebbe fatto la mamma la suo posto? Avrebbe chiamato la polizia? Sì forse era la cosa giusta da fare adesso, o l’avrebbero preso per matto? Mentre se ne stavano in piedi in cerchio con Jam e Maggie, qualcuno bussò alla porta. I tre ragazzi trasalirono e a William scappò un urlo. Maggie cominciò ad abbaiare furiosamente, come se fuori stesse scoppiando il finimondo.

«Vado io, state qui.» disse Lorenzo, sperando con tutta la sua anima di ritrovarsi davanti sua madre pronta a spiegargli con la sua solita tranquillità cosa l’avesse trattenuta. Respirò profondamente e tirò la porta verso di sé.

Davanti ai suoi occhi apparve una donna sì, ma molto, molto più vecchia di sua madre. Aveva i capelli grigi tirati su da uno chignon, un occhio di vetro e le mani magrissime e rugose, entrambe appoggiate su un bastone di legno da passeggio. Indossava un vestito leggero di colori ormai sbaditi tra il blu e il nero, che emanava un odore misto di naftalina e di umido. Il suo occhio di vetro fissava, senza vederla, la spalla di Lorenzo, mentre l’altro, semichiuso, lo squadrava da capo a piedi.

Lorenzo era rimasto immobile sotto l’uscio, tra il sorpreso e l’impaurito. Stava per dire qualcosa quando la donna gli fece cenno di tacere portandosi l’indice ossuto davanti alla bocca grinzosa e tinta di rosso.

«Io so cosa vi è successo, era tanto che non accadeva, almeno 50 anni!» la sua voce era sottile ma rauca. Un musicista avrebbe detto che era costantemente fuori tono.

«Di cosa sta parlando? E poi, LEI CHI E’???»

«Hai ragione non mi sono presentata. Oh, ma che bei bambini!»

In quel mentre, Giada e William si erano timidamente avvicinati alla porta . Fissarono la donna tenendo il capo leggermente chino in segno di timidezza. Poi si strinsero al fratello maggiore, ponendosi uno alla sua destra, l’altra alla sua sinistra. Lorenzo li accolse in un largo abbraccio sulle loro spalle, come per proteggerli da quella strana signora.

La donna tossì ripetutamente per schiarirsi la voce.

«Bene, se mi fate entrare vi spiego tutto.»

(continua, ma non qui)

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3 thoughts on “Di notte voi dormite?

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  1. E infatti rileggendo ho trovato un errore assurdo: la presenza di Maggie, che in realtà era scomparsa con la madre…ma adesso a pensarci bene, farò un piccolo cambiamento e Maggie apparirà nel gruppetto. Deve far parte dei protagonisti.

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