Come ti trasformo un incipit!
premessa:
Avevo già postato l’incipit di “oltre il Vesuvio” un po’ di tempo fa, ma presa dai doveri quotidiani ho dovuto metterlo da parte. Quando l’ho ripreso, qualcosa in me intanto era cambiato per fortuna. Avevo sempre scritto pensando di terminare presto. ERRORE! E’ come iniziare un viaggio non vedendo l’ora di finirlo.
“Oltre il Vesuvio” invece, voglio che racconti la mia Napoli, in parte quella che pochi conoscono, con un particolare riferimento al 1980.
Non posso scrivere della napoletanità correndo, commettendo il solito errore di narrare una meraviglia di filosofia e cultura, cascando nei soliti stereotipi o cedendo al facile successo delle trame ingarbugliate. Non mi interessa.
In questo romanzo io voglio che lo sfondo, il social background sia il più completo possibile. Unirò elementi autobiografici, ovvero inserirò personaggi che ho realmente conosciuto a personaggi fittizi, un meraviglioso miscuglio di verità e immaginazione come a me piace fare.
Per questo motivo, quando ho ripreso “Oltre il Vesuvio”, già giunto a una 50ina di pagine, ho analizzato l’incipit e l’ho decisamente migliorato. Da oggi in poi seguirò due must: calma e piacere.
Questo libro sarà la mia dichiarazione d’amore per la mia città e per le belle persone che ivi ho conosciuto.
Buona lettura

 

 

 

OLTRE IL VESUVIO

romanzo di Emilia Capasso

Capitolo primo

In un freddo inizio di novembre, nel Vicoletto Sant’Antonio Abate il sole tracciava una figura geometrica simile a un triangolo, il cui angolo più basso andava a illuminare per metà il balconcino di Salvatore Cannetiello. La luce, filtrando tra le persiane dal colore incerto, disegnava righe sul lenzuolo che Salvatore con stizza tirò su fino a coprirsi la testa. In un mondo leggero e impalpabile dove una strada poteva essere benissimo un’altra della sua città, il ragazzino stava giocando a pallone con un compagno di quartiere. «Miche’ e passa ‘sta palla!» gli aveva urlato mentre si affacciava impellente il bisogno di andare in bagno. ”Che rottura di scatole, e proprio adesso?” aveva pensato. E in quei minuti che potrebbero essere ore, qualcosa gli diceva che non sarebbe stato così facile tirarlo fuori dai pantaloni e liberasi in un angolo nascosto. «Salvatò!» lo aveva chiamato un Michele impaziente per avvisarlo del prossimo rigore.
Salvatore allora aveva smesso di guardarsi il leggero rigonfiamento nel basso ventre e si era abbassato, con uno scatto rapido, in una mezza accovacciatauna posizione che ricordava i grandi rugbisti campioni della Nuova Zelanda. Sembrava prontissimo a parare quello che dallo sguardo sicuro e sfottente del suo amico, sarebbe stato un tiro alquanto imprendibile.
Michele dall’altra parte della strada gli sorrideva noncurante di mostrare una dentatura storta e malandata; lavarsi i denti per lui era uno spreco di tempo. Aveva abbassato la testa giusto un po’ mantenendo lo sguardo fisso sull’impavido portiere, come per tenere ben tesa la corda della sfida visiva e poi aveva scagliato un tiro forte ma centrale, che Salvatore aveva prontamente afferrato subito dopo aver esibito una spettacolare capriola in avanti, proprio come gli eroi dei cartoni animati giapponesi che entrambi adoravano. «T’agge fatte!» se la rideva soddisfatto Salvatore.
Intanto la pipì stava diventando un’urgenza. Gli sembrò che migliaia di rubinetti si fossero azionati nel suo corpo pronti ad esplodere. Salvatore si agitava, si innervosiva. Cominciò a strisciare l’interno delle cosce a formare una ics come in un buffo twist, mentre si teneva i genitali con tutte e due le mani. Alla sua destra scorse una porta diroccata con su scritto ‘wc’. Nella realtà sarebbe stata una cosa alquanto strana trovare un bagno publico nel 1980 ma in un sogno si sa, tutto è normale, soprattutto le cose strane.
Salvatore si avviò con quel passo ciondolante che lo caratterizzava verso la porta della sua salvezza, lasciando che Michele sparisse tra le pagine invisibili dei sogni senza un cenno di saluto senza un ”ci vediamo dopo”.
Il bagno era inserito nella parete di un muro che appariva dai contorni sfumati, immerso in un’ombra indefinita, un muro fatto di grosse pietre di tufo in parte prive di intonacatura. La porta erano di un legno grezzo, assalito dalle intemperie ed era mozza nella parte bassa che appariva seghettata come se qualcuno ci avesse calciato supra più volte fino a spaccarla. Tutto ciò per Salvatore significava solo una cosa: dal di fuori gli avrebbero visto i piedi fermi davanti al water mentre si liberava le viscere. ”Poco male”, pensò, se non fosse stato per il fatto che quella porta era anche priva di maniglia. E no, oltre ai piedi qualcuno distratto avrebbe potuto aprire la porta e vedergli anche le chiappe bianche! Salvatore sospirò. Rimase a pensare sul da farsi per qualche secondo o forse di più, poi vista l’urgenza si fece coraggio e spalancò il misero uscio. Fu così che i suoi occhi scuri si posarono sulle pareti incrostate di sporco e muffa e su tanti, tanti ragni che penzolavano dalle loro ragnatele. Un brivido forte gli percorse la schiena. Se c’era una cosa che Salvatore detestava erano gli insetti, tutti, in particolare i ragni. Niente, era la fine! Si sarebbe pisciato addosso!
Fu allora che gli apparve davanti un gallo che abbassava e alzava la testa seguendo un ticchettio a lui ben noto e un’orchestra di timpani irruppe nell’aria azzerando il confine tra sogno e realtà.
«Mannaggia a miseria!» sussurrò ficcando la testa sotto al guanciale.
Intanto le mani morbide di sua madre fermavano l’ordigno infernale, gli liberavano delicatamente la testa dal guanciale e gli accarezzavano i capelli rossicci e ribelli, per rendergli il risveglio meno doloroso.
«Alzati che il latte è pronto!»
«Ancora stu’ latte oi ma’? Io so’ gruosso ormai!»
«Sì sì sei grande, intanto se non ti sveglio io e mo’ ti alzi!»
«Ma devo proprio andare?»
«Non ricominciamo il solito discorso Ciurì.» rispose la madre adesso seria e un po’ seccata. «Muoviti che il bagno è libero» disse allontanandosi nella piccola cucina adiacente.

Un pensiero su “Oltre il Vesuvio, il mio amore per Napoli

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