Era una luminosa e fredda giornata d’aprile, e gli orologi battevano tredici colpi. Winston Smith, tentando di evitare le terribili raffiche di vento col mento affondato nel petto, scivolò in fretta dietro le porte di vetro degli Appartamenti Vittoria: non così in fretta tuttavia, da impedire che una folata di polvere sabbiosa entrasse con lui.
L’ingresso emanava un lezzo di cavolo bollito e di vecchi e logori stoini. A una delle estremità era attaccato un manifesto a colori, troppo grande per poter essere messo all’interno. Vi era raffigurato solo un volto enorme, grande più di un metro, il volto di un uomo di circa quarantacinque anni, con folti baffi neri e lineamenti severi ma belli.

Avrete riconosciuto forse l’incipit di 1984, il libro più citato nell’appena trascorso 2020, da coloro che affermano di essere entrati in una dittatura sanitaria.

Io invece penso che 1984 lo stavamo già vivendo da almeno 20 anni, attraverso l’era tecnocratica dell’idolatria di Internet. Eravamo già iperconnessi, sempre disponibili, sempre rintracciabili, al punto che era diventato inconsapevolmente “un dovere morale”, altro sintagma adoperato a sproposito in questa epoca oscura, il dover visualizzare e rispondere!

E’ stata introdotta, a mio avviso, una nuova morale che mette al di sopra di qualsiasi altro bene o diritto, la salute nazionale, che definirei un sintagma piuttosto ambiguo. Infatti, nel nome di questa salute nazionale, lasciar morire un anziano malato da solo in ospedale, che un tempo sarebbe stata considerata una crudeltà, ora diviene una necessità indiscutibile. Così come lasciar da soli i propri genitori anziani a Natale, o abbandonare al loro destino tragico le donne e i bambini vittime di violenze familiari, costretti a stare a casa perché senza lavoro o senza scuola, in seguito alle restrizioni imposte dai vari DPCM.

Sempre per il bene della salute nazionale, si lascia che la disoccupazione giovanile dilaghi, che aumentino i suicidi di chi ha perso tutto, che i pilastri della cultura come le scuole, le biblioteche, i teatri, i cinema, gli stadi, i musei, restino chiusi.

Qualche paladino difensore di questa nuova normalità – altro sintagma ambiguo, poiché la normalità in sé non esiste – potrebbe obiettare facendo notare che tutti questi luoghi di cultura sono presenti in forma digitale. Ecco, qui io faccio uno sforzo per non perdere il tono pacato di questo mio articolo e cadere nella più becera volgarità.

Tiro invece un profondo sospiro e spiego: il digitale non è il reale, come un’emoticon con bacio, non è un bacio.

Un concerto su you tube, non è un concerto dal vivo.

Fare lezione a distanza non è fare lezione in classe.

Siamo esseri umani e le emozioni le proviamo ancora, per fortuna.

Vorrei che il film “Equals”, restasse un film.

“Equals” film 2015

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