Immaginate una finestra alta, molto alta, che arrivi a superare i 3 metri di altezza, i vetri due colonne di 4 quadrati ciascuna, le cornici in legno bianco segnato dal tempo. E’ aperta e abbraccia un vicolo dove il sole taglia a metà il palazzo di fronte. File di balconi adornati di teste d’angeli e drappeggi in piperno animano il primo silenzio della sera, quando un frescore umido allevia i corpi accaldati e sudaticci. Dietro quei balconi le donne cucinano, fuori da quei balconi le donne raccolgono i panni.

Un paio di colombi si agitano su una cornice di piperno e una donna in grembiule floreale li scaccia con la mazza della scopa imprecando qualcosa, poi controlla che non le abbiano lasciato un brutto ricordo sulle lenzuola candide. I due colombi svolazzano verso un piano più alto e cantano il loro verso disarmonico, come il borbottio di due vecchie signore.

La finestra che vedete è ancora spalancata, eppure non passa aria.

Una sagoma femminile, scura per il contrasto di luce, armeggia tra i fornelli. E’ una donna bassina e formosa. I capelli folti e corvini, lo sguardo concentrato mentre frigge le polpette. E nell’aria si sparge proprio questo odore di fritto che gioca con l’aglio e il prezzemolo, e che corre fuori per il cortile sottostante la finestra, a mescolarsi con altri odori di sugo o di carne arrostita.

Deposte le polpette in un piatto largo, coperto con carta assorbente, la donna passa a friggere le patate. Io mi avvicino per odorare meglio le polpette, poi stringo ai fianchi mia madre che sorride e con docezza mi dice: «Scostati che ti bruci!»

Non le chiedo quanto tempo ci vuole per mangiare. Ho imparato ad aspettare.

A tavola c’è mio fratello che giocherella con le posate. E’ magrolino, con i capelli neri e ricci, perennemente scompigliati. Guarda la TV con un interesse indecifrabile, come tutti i bambini, mentre le gambette dondolano allegre sotto il tavolo. Devono essere ormai le sette, penso, perchè parte la sigla di Furia, quella cantata da Mal. Sullo schermo appare un cavallo che corre libero tra le praterie. Non capisco quello che dice la canzone, un po’ perché Mal è un inglese che canta in italiano come se fosse inglese, un po’ perchè un cavallo che beve il caffé mi sembra poco probabile.

Intanto arrivano le polpette e le patatine. Il mio stomaco sta per urlare la carica. Mi siedo accanto a mio fratello e guardo per prima il suo piatto. Appena si distrae gli frego una patatina! Tanto non se ne accorge mai. Penso che non finirei mai di mangiare le patatine fritte. Mi chiedo quante ne potrei buttare giù: due piatti interi o forse cinque?

Fuori dalla finestra il palazzo di fronte ha assunto un colore grigio scuro. I balconi si sono illuminati. Qualcuno chiama dal basso «Assuntaaa!» per farsi aprire il portone.

Ecco, mio fratello si è girato! Con lo sguardo di Charlie Chaplin gli rubo una patatina.

Anche Furia ha terminato la sua avventura.

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